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Suicidio

suicidio2Dati recenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità evidenziano che ogni anno circa 1 milione di persone muore per suicidio e un numero venti volte superiore tenta di uccidersi.

Il tasso di mortalità suicidaria nel mondo è intorno a 16 su 100.000 abitanti, con un suicidio ogni 40 secondi e un tentativo di suicidio ogni 3.

Tra il 1950 e il 2000 il numero di chi si è tolto la vita su scala mondiale è salito del 60%. mentre prima il suicidio riguardava soprattutto gli over 45, oggi è tra le tre principali cause di morte nella fascia di età compresa tra i 15 e i 44 anni e tra le prime due per la fascia tra i 10 e i 24 anni.

Il suicidio, resta ancora un fenomeno sottovalutato, sottaciuto, quando non del tutto negato.

Il primo livello, quello della fantasia suicidaria, ha la massima estensione, nel senso che è ampiamente diffuso nella popolazione generale e non implica necessariamente il passaggio agli altri livelli; fantasticare sulla propria morte ha spesso, al contrario, una forte valenza anti-suicidaria, costituendo talora la manifestazione di una vera e propria spinta trasformativi (così non si può più andare avanti!). Inoltre, nel corso dell’evoluzione, la fantasia suicidaria rappresenta una sorta di organizzatore dello sviluppo psichico, che segna la conclusione della fase di separazione-individuazione e con essa la piena assunzione di responsabilità della propria esistenza.

Il secondo livello, invece, quello dell’ideazione suicidaria, ha un’estensione inferiore al primo ma superiore rispetto all’ultimo: altrimenti detto, solo una piccola parte di chi sviluppa un’ideazione suicidaria passa poi effettivamente all’atto. A differenza però della fantasia, l’ideazione si pone come rappresentazione persistente della propria morte, che può assumere anche la forma di un vero e proprio progetto relativo ( il “come” darsi la morte, quali atti preparatori compiere, quali strumenti utilizzare, etc.).

Infine, il terzo livello, il comportamento sucidario, sottoinsieme del precedente in termini di estensione, è quello che appunto Amery chiama il momento del “salto”: clinicamente parlando, si tratta di un tentativo concreto di suicidio o di un suicidio vero e proprio. Mentre i primi due livelli sono reversibili, l’ultimo non lo è: dalla morte non si torna più indietro. Nemmeno a raccontare come si giunti alla determinazione di compiere quel salto. Le “note suicidarie” (i biglietti o le lettere che solo una minoranza di coloro che si suicidano lasciano, permettono di cogliere spesso solo una pallida eco di quel percorso).

La maggior parte dei suicidi si realizza nel contesto di un disturbo mentale diagnosticato.

La depressione maggiore è la principale categoria nosografica alla quale viene ricondotto oltre il 50% dei suicidi, seguita da schizofrenia, disturbi di personalità, dipendenze da sostanze (soprattutto da alcol), disturbi dell’alimentazione e disturbi mentali organici (Cavanagh et al., 2003).

I dati che la epidemiologia psichiatrica ci propone indicano che solo una ridotta quota di suicidi si realizza in assenza di disturbi mentali (solo il 10%, secondo uno studio di Hawton & Van Heeringen del 2009).

Se il percorso suicidario rimane spesso nell’ombra e comunque difficile da ricostruire, resta il fatto che il suicidio può essere studiato non solo dal punto di vista della soggettività di chi lo ha espresso, ma anche come dato oggettivo. I suicidi, si prestano a studi che consentono di ricavare una messe di importanti elementi conoscitivi di carattere generale. Ad esempio: dati sulla estensione del fenomeno su larga scala, la mortalità media di suicidio all’anno nel mondo (14,5 suicidi ogni 100.000 persone), le variabili relative al sesso (per quanto riguarda le differenze tra maschi e femmine, nei paesi occidentali è di 2-4 a 1), l’età (il tasso più elevato si riscontra nella popolazione anziana, ma negli ultimi tempi c’è stata un’inversione di rotta, con un aumento del 55% dei suicidi tra i 5 e i 44 anni), l’appartenenza etnica ( negli Stati Uniti il suicidio è meno frequente tra gli ispanici e gli afroamericani rispetto agli americani di origine europea), i metodi usati (nei paesi europei le donne tendono a gettarsi dalla finestra o si avvelenano, i maschi invece tendono a ricorrere ad armi da fuoco o impiccagione), la professione (le più colpite sono quelle che consentono un più facile accesso allo strumento utile a togliersi la vita, quindi medici, infermieri, veterinari e agricoltori), etc.

Secondo Schneidman (1993) sarebbe necessario realizzare un vero e proprio “identikit del suicida”, che tenga conto di diversi aspetti: lo scopo da raggiungere, lo stimolo da cui fuggire, lo stressor (ovvero l’elemento contingente) che ha portato alla frustrazione di un bisogno vitale, la sensazione emotiva prevalente, lo stato cognitivo dominante, l’azione realizzata attraverso il suicidio, il valore interpersonale dell’atto e lo stile di adattamento del soggetto che il pattern suicidario in genere riflette.

Le nostre capacità di previsione del comportamento suicidario come clinici sono davvero modeste. Possiamo prevedere il grado di rischio a cui è esposta una persona ma non, in modo attendibile, la possibilità che il soggetto, gravato da quel rischio, traduca effettivamente in atto i suoi propositi. In altri termini, a rendere da ultimo ancora più complesso il fenomeno suicidio è il grande gap che esiste tra la ricerca epidemiologica che identifica i fattori di rischio e l’esperienza dei clinici che lavorano nel campo della salute mentale. Per ridurre questo gap al minimo, è necessario cercare di comprendere (almeno in parte) il senso che si cela dietro la scelta di darsi la morte.

– il suicidio come fenomeno sociale, ovvero causato da condizioni ambientali, economiche e culturali ben precise.

– il suicidio come un omicidio mancato, perché l’Io può uccidersi solo quando riesce a trattare se stesso come un oggetto e quindi a dirigere verso l’interno l’aggressività che non è in grado di dirigere contro l’oggetto libidico.

– La prospettiva di studio del suicidio basata sulle “note suicidarie” ha consentito, fin dai primi studi di Schneidman alla fine degli anni ’40, di gettare uno sguardo sugli stati affettivi che precedono la fine. Tali stati affettivi possono essere disposti lungo tre assi (Rossi Monti & D’Agostino, 2012): l’asse “vergogna-colpa”, secondo cui il suicidio è associato a un sentimento di colpa, a un senso di responsabilità totale nei confronti di quanto accade intorno, ma anche, molto più spesso, a un sentimento di vergogna, ossia a un senso d’inadeguatezza profonda nei confronti della vita intera; l’asse “vuoto-disforia”, per il quale ad avere alta potenzialità suicidiaria sono sentimenti di ansia, irritazione, umore scontroso, con propensione ad acting out e rigidità affettiva (che racchiudiamo sotto il termine “disforia”) soprattutto se associati a un sentimento di vuoto cronico che pervade sia il mondo interno che quello esterno; e l’asse “hopelessness/helplessness”, per cui ciò che caratterizza in modo prevalente la condizione presuicidaria è la mancanza di speranza, accompagnata dalla convinzione di non poter ricevere alcun aiuto dal mondo esterno.

In ogni caso, però, una parte di questo senso si perde con la morte stessa del suicida. Come sottolinea Hillman, infatti: “Non è la persona che è morta, contrariamente a quanto dice Sartre, ad avere un accesso privilegiato alla propria morte, perché il significato di quella morte le era sempre rimasto in parte inconscio

Per comprendere davvero i propri atti c’è bisogno di uno specchio e quindi una comprensione profonda del suicidio si rende possibile in una relazione dialettica a specchio.